Sono passati 48 anni da quella notte tragica, da quella mattina successiva nella quale anche a Mantova la voce si sparse in modo incredibile.
Nessuno voleva crederci, anche per la dinamica folle dell’accaduto. Erasmo Iacovone, ribattezzato Iaco, idolo per due anni e mezzo della tifoseria biancorossa che sognava il ritorno in B, era morto tragicamente sulla Statale Ionica a Taranto. Investito da un auto a fari spenti guidata da un ladro che cercava in quel modo di sfuggire all’inseguimento dei carabinieri.
Iaco, nemmeno 26 anni, guidava la Dyane della moglie Paola che era a Carpi, dove viveva la sua famiglia, in attesa di dare alla luce la figlia Rosy. Che invece non conobbe mai suo padre. Iacovone era a Taranto, ceduto ad ottobre 1976 dal Mantova proprio alla compagine pugliese. In maglia biancorossa aveva giocato 70 gare realizzando 24 gol: lo aveva scoperto quel grande intenditore di Dante Micheli, ds dell’epoca, acquistandolo dal Carpi in D. Quando fu venduto in B al Taranto, la squadra virgiliana era prima in classifica con 4 vittorie su 5 partite, tutte griffate Iaco. Da quel momento scivolò nell’anonimato senza più vincere per 13 gare di fila.
Ci sarebbero da versare fiumi di inchiostro su Erasmo Iacovone. Centravanti di razza, scaltro, rapido, acrobatico (come si può ammirare in fotografia), con una caratteristica fuori dal comune: un’elevazione straordinaria che gli permetteva di restare in aria e raggiungere il pallone colpendolo con una frustata che spesso non lasciava scampo ai portieri. Era decollato forse tardi nel calcio che conta, però fece impazzire una città, Taranto, che con lui stava toccando con mano un traguardo mai raggiunto prima, la Serie A. Che invece svanì insieme a lui e da allora non fu più centrata.
La sua morte resta una delle più grandi tragedie del mondo del calcio, per come era accaduta. Ancora oggi il Taranto vive nel suo nome, la città gli ha dedicato lo stadio, una via ed una statua. Anche Mantova è giusto che lo ricordi perchè le leggende devono essere perpetuate nel tempo.
A.S.
