9 luglio 2006: gioia italiana e amarezza mantovana

Oggi, 9 luglio, tutti i siti sportivi, i media e l’Italia calcistica (non solo) celebrano con enfasi l’ultimo successo azzurro ai Mondiali di Germania 2006. Sono passati 19 anni, come sempre in un volo, trascinandosi appresso poi tutti i guai futuri di una Nazionale che è ancora alla ricerca di sè stessa. In casi come questi, tutti abbiamo in mente con precisione quello che abbiamo fatto quella sera. Cena con amici, i soliti, qualcuno aggregato, sofferenza fino al 120′, ai rigori e poi il via alla festa popolare.

 

Il mio ricordo però è velato da una piccola amarezza legata al Mantova. Che allora sentivo forte, ingiusta e che col tempo è un po’ scolorita ma ancora viva. E forse, senza fare dietrologia che non serve a nulla, però lo sarà per sempre. Mentre vedevo scorrere gente a fiumi per le strade del centro sventolando il tricolore e bandieroni azzurri, sentivo i clacson ininterrotti delle auto e gli inni dei tifosi, il mio pensiero andò ad un mese scarso prima. L’11 giugno sempre del 2006, quando a Torino il Mantova di Di Carlo fu sconfitto 3-1 nella finale di ritorno dei playoff per la Serie A. Sí, sembra impossibile ma in palio c’era la A.

 

Fu inevitabile pensare a quella che sarebbe stata la festa di Mantova, mancata, in quella occasione. Sono uno di quelli che ha sempre tenuto ai colori azzurri e tifato Italia, tra gioie e dolori, ma il biancorosso è sempre stato un’altra cosa. Su quel Torino-Mantova ne sono state dette di ogni tipo, e ancora si discute. Dagli errori tattici di Di Carlo, dall’arbitraggio del compianto Farina, dal pugno di Doodou a Cioffi, dal millimetro per il quale sfilò fuori la palla di Gasparetto. È andata così, e come tale è passata agli archivi. Però ogni volta che ripenso a quella festa per il mondiale azzurro, dentro di me mi dico che probabilmente l’avrei barattata con un’altra, precedente, di un mese prima. Che sarebbe stata anche più intensa. Allora da biancorossi guardiamo avanti sperando, chissà, di poterla un giorno viverla davvero.

A.S.

 

 

 

 

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